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20 febbraio 2021 - Bosnia

pubblicato 20 mar 2021, 10:06 da Silvana Lombardi   [ aggiornato in data 21 mar 2021, 09:38 ]

I prigionieri di Lipa avanzano nella bufera un palmo alla volta. L’ultimo della fila ci metterà due ore prima di ricevere un panino e un barattolo di carne in scatola. Nell’accampamento sorvegliato dalle forze speciali bosniache la vita degli ostaggi del “game”, l’insana sfida per raggiungere l’Europa, è organizzata come in uno stalag, i campi per i nemici catturati in guerra: per tutto il giorno non c’è nulla da fare.

In quaranta dentro a una tenda ad arco vuol dire 3 metri quadri per persona, branda compresa. Non ci si muove. Intorpiditi e ammassati nei letti a castello, migranti e profughi attendono la luce del giorno come una benedizione. Dopo il tramonto l’unica fonte luminosa è la stufetta da campo, che pompa calore attraverso una bocca che si accende di rosso fuoco. Alla lunga, anche a causa del sovraffollamento, l’aria calda diventa irrespirabile. Se il Covid dovesse arrivare nel campo di Lipa, non ci sarebbe modo per starne alla larga. Molti lamentano mal di testa, affanno, male alla schiena e alle gambe.

«Se non puoi camminare devi prendertela con i croati», dice il poliziotto bosniaco al giovane sciancato. È stato respinto 52 volte, ma per qualche tempo se ne starà a Lipa, in fondo alla tenda verde “T6”, dove almeno ha da sognare la primavera e una buona occasione per non farsi acciuffare fino a Francoforte, dove lo aspetta la fidanzata.